|
Pubblichiamo di seguito uninteressante articolo di Giosuè Berbenni, che invitiamo tutti a leggere. La formazione degli organari nella classicità di Giosuè Berbenni «… per cogliere un giorno gli onorevoli frutti della virtù, ed i premj d’una gloriosa fatica» (G. Serassi, Sugli Organi. Lettere. 1816. p. 4). Il tema Trattiamo un tema inusuale: la formazione degli organari nella classicità. Per classicità intendiamo l’antichità, nonché l’epoca in cui c’è la conformità ai valori classici, etici ed estetici del mondo antico, identificati prevalentemente nella misura, nell'armonia e nell'equilibrio. Nella storia organaria si incontrano organari di tutti i tipi: bravi lavoranti, geniali, spacca organi, mangia soldi, intellettuali, musicisti, nobili, plebei e altro. Eccezionalmente si elevavano ad artisti. Esercitavano un’arte liberale meccanica: l’organaria. Non esiste uno specifico scritto al riguardo, come invece è per l’architettura e la pittura. Bisogna desumerla da osservazioni sparse. Ce la indicano alcune memorie: Arte organica (1608) di Costanzo Antegnati (1549-1624), Sugli organi. Lettere (1816) di Giuseppe II Serassi (1750-1817), Memorie di un organaro pavese (1878) di Luigi Lingiardi (1814-1882). Nella presente trattazione ci riferiamo alla formazione dei Serassi - ricca di argomenti e di considerazioni - da cui si possono trarre riflessioni su quella dell’organaro nella seconda metà Settecento, in quanto Giuseppe II si è formato e cresciuto in quel periodo. L’esperienza di Giuseppe II Giuseppe II è il celebre rappresentante della famosa dinastia di organari, attiva dal 1720 ca. al 1894, a cavallo tra l’organo barocco e l’organo romantico-risorgimentale. Nei suoi scritti - oltre le citate Lettere, la Descrizione ed osservazioni pel nuovo Organo nella Chiesa posto del SS. Crocifisso dell’Annunziata di Como (1808) - fa capire quali sono i riferimenti della formazione dell’uomo d’arte organaro e della mentalità nel mondo del lavoro, commerciale e relazionale da noi estesa ad altri organari di quell’epoca. Tante cose venivano acquisite in modo naturale e automatico, in quanto facevano parte della mentalità del tempo. Per le persone sensibili i riferimenti erano ben chiari. Per quelle meno dotate, le ragioni si conformavano alla mentalità. Alcuni modi di pensare vanno al di là del tempo analizzato e sono ancora attuali. La formazione ha radici nella trattatistica tardo medioevale Nella classicità l’educazione dell’organaro ha radici nella trattatistica tardo medioevale di impostazione tomistico-scolastica. Il tomismo è il pensiero filosofico di San Tommaso d'Aquino (1225-1274), considerato il più significativo pensatore dell'età medievale e fatto proprio dalla Chiesa cattolica. È tenuto come fondamento della formazione. Quando si parla di "tomismo" non ci si riferisce solo all’Aquinate, ma all'insieme di tutti coloro che, nel corso dei secoli, ne hanno esplicitamente ripreso l'insegnamento, a partire dai grandi commentatori della "tarda scolastica". Nella società del tempo questo pensiero era diffuso e di riferimento. In casa Serassi dove vi erano contemporaneamente cinque preti (musicisti e organari) la formazione era prettamente tomistico-ecclesiastica. Come ragionava l’artefice-organaro nel suo operare? La crescita dell’artefice-organaro ha radici in quella trattatistica, che richiama l’artista a lavorare non solo per migliorare la tecnica, ma per coltivare la propria gentilezza d’animo, non guardando l’arte solo come un mezzo per raggiungere fama e guadagno, quanto per i principali scopi di: acquisire la grazia divina, al fine di essere strumento docile al servizio di Dio e della Chiesa; ricondurre il discorso del «fare» artistico ad un più alto ideale, che implica una considerazione anche sul suo «agire» come uomo. Questo traspare dagli scritti e dalle opere di Giuseppe II. Analizziamo i seguenti otto aspetti: la formazione, l’abito dell’artista, il bello il chiaro l’intelligibile, l’ordine la simmetria il definito, la bellezza sonora, la cultura, la proporzione, il rapporto con il sacro. La formazione La preparazione di base per l’artefice-organaro si rifaceva alla trattatistica dell’architettura. Come mai si prende a riferimento tale scienza? Non solo perché è ritenuta fin dall’antichità la più rappresentativa tra le arti, ma è all’organaro più vicina, in quanto condizione necessaria e determinante per il successo di un organo. Infatti le sonorità di questo sono in stretta relazione con l’architettura dell’edificio. «L'architettura - secondo Vitruvio (I secolo a. C.) - è una scienza, che è adornata di molte cognizioni, e colla quale si regolano tutti i lavori, che si fanno in ogni arte». Essa richiede per l’artefice condizioni del tutto particolari, diremo un po’ ideali, perché difficili ad avere tutte insieme. Queste sono state riprese dalla pedagogia rinascimentale. Per analogia le condizioni per il suo esercizio possono estendersi alle altre arti liberali, tra cui, appunto, l’organaria. Premesso che difficilmente si trova un ingegno elevato e mansueto, occorre, tuttavia, che l’artefice, per poter assumere la veste di artista, acquisti alcune qualità fondamentali:▪ sia di natura docile e perspicace, cioè che, dimostratagli una cosa, molto agevolmente l’apprenda; ▪ sia educato nell’esercizio delle primarie discipline quali l’aritmetica, la geometria, la letteratura, la retorica, la filosofia, la teologia;▪ abbia udito e letto i più eccellenti e rari uomini e scrittori;▪ sia tollerante delle fatiche;▪ abbia il continuo pensiero e ragionamento delle cose pertinenti all’arte;▪ non desideri altro e solo che la verità;▪ abbia una vita ragionevole al fine di ritrovare il vero; ▪ usi la detta via per l’applicazione della verità.Dunque il vivere non può essere staccato dall’operare, in quanto questo è condizionato da quello. L’abito dell’artista-organaro I diversi saperi necessari alla formazione dell’artefice-organaro entrano in una dinamica relazione, in una sorta di enciclopedia, nel senso letterale del termine, cioè di struttura circolare, che compone la complessa realtà dell’arte in una visione unitaria. Questo si addice molto nell’organaria che è insieme di mestiere e arte (meccanico-matematico-musicale e altro). L’organaria crea l’organo, un’opera molto particolare non solo per la complessità strutturale ma per la destinazione: strumento della liturgia e del culto divino, nonché veicolo di idee musicali, interprete di fenomeni sociali, propositivo di valori culturali. Dunque per fare bene tale opera occorre capacità e impegno. Ma tale capacità non può essere disgiunta dall’agire, che implica la correttezza delle azioni di vita. L’artista, pertanto, deve vestirsi con l’abito della virtù morale e iniziare la faticosa impresa di apprendere la tecnica, che è il mezzo per riuscire nell’arte, in un’educazione disciplinata e di fatica, che ha come risultato l’ingentilimento dell’animo. Troviamo l’applicazione di questo nel motto scritto da Giuseppe II sopra l’organo di Guastalla (1792-96) studio, tempore, labore, cioè per fare cose pregevoli occorre ricerca, tempo, lavoro. Il bello, il chiaro, l’intelligibile La formazione dell’artefice-organaro rimandava a dei principi base sull’arte, intesa come portatrice di verità, secondo il pensiero di S. Tommaso, che noi estendiamo all’arte del suono. Un’opera per essere artistica deve avere tre connotazioni: il bello, il chiaro, l’intelligibile: il bello, che si lega indissolubilmente al perfetto in quanto completo e armonioso e quindi proporzionato; il chiaro, che è ben visibile all’occhio in quanto nitido e ben percepibile all’orecchio e quindi caro alla mente; l’ intelligibile, che procura piacere osservandolo e sentendolo in quanto comprensibile. Tali caratteristiche, presenti anche nell’organo, esprimono la sublime arte della musica in cui c’è l’armonia, conosciuta immediatamente dall’ascoltatore. I suoni delle canne, poi, come i colori, sono i mezzi necessari per esprimere le forme musicali, da cui dipende l’arte musicale. In più l’organo è destinatario al culto, alla liturgia, alla preghiera. L’ordine, la simmetria, il definito Nell’idea di arte classico-tomistica, inoltre, le forme del bello sono: l’ordine, la simmetria e il definito. Infatti, secondo i principi dell’Aquinate, la bellezza si caratterizza in tre giudizi: integritas sive proportio, ovvero l’ordine-compiutezza; debita proportio sive consonantia, ovvero la simmetria-armonia proporzionale; claritas, ovvero il definitivo-splendore corporeo e spirituale. Dunque è un procedere ordinato nel fare che dà forma e perfeziona l’opera, anche fondamentale nella creazione dell’organo. Idee che Giuseppe II tenne ben presenti nella realizzazione delle sue opere, in un’estetica sonora e visiva, piacevole e riconoscibile. La bellezza sonora Si può parlare di bellezza sonora, visto che nella classicità si parlava di bellezza corporea, visiva? A nostro avviso si. Lo desumiamo dall’opera di Giuseppe II, mutuata soprattutto dal bel canto ascoltabile in alcune sonorità dei loro organi (in particolare nei registri Principali e Ottave). Lo ravvisiamo in alcune caratteristiche del suono: dolcezza e trasparenza, potenza e rotondità, brillantezza e morbidezza. Per dare fondamento a tale affermazione, è opportuno riflettere quale fosse il rapporto tra bellezza sonora e arte. Occorre premettere l’intrinseco legame tra pulchrum, verum e bonum (bello, vero e bene), fondamentale nel pensiero classico. Nell’arte questi hanno lo stesso obiettivo: di edificazione morale della società. Ne deriva che l’arte è un prodotto dello spirito e della ragione, è un fare razionale, sia arte liberale e/o meccanica. Nello specifico organario tale razionalità consente all’artista-organaro d’imprimere una forma sonora nella materia. Ciò implica un fare artistico che non è mai un pasticciare senza progettualità, senza finalità, senza cultura. La cultura, elemento importante della formazione Da sempre la cultura è stata fondamentale nella formazione dell’artista. Nel nostro caso è un valore aggiunto all’attività artigianale, alla pratica, in quanto consente di conoscere e aprirsi al sapere. La cultura è intesa come formazione individuale, che consente di "coltivare" l'animo umano. Nello specifico è la conoscenza non solo di settori propri dell’arte organaria ma di settori differenti (letterali, filosofici) che aiutano alla formazione umana e spirituale dell’artefice. Nell’organaria il sapere è molteplice perché richiede varie competenze (meccaniche, metallurgiche, di falegnameria, matematiche, fisiche, musicali, architettoniche e altro). Nella formazione serassiana era di rigore lo studio delle lettere e della musica. Nella nostra famiglia organaria c’era, come riferimento, il più colto filologo del Settecento, l’abate dott. Pierantonio (1721-1791), definito dal celebre poeta Ugo Foscolo benemerito della patria erudizione. Nel nostro caso la mentalità di conoscere e di aprirsi al sapere ha contribuito in modo eccellente a formare l’abito dell’artefice organaro, proiettato alla ricerca, al confronto, alla proposta di nuove idee, alla progettualità. Questo si è manifestato molto nel modo di comunicare, di relazionarsi con gli altri. La proporzione Nella formazione degli organari dell’antichità c’era attenzione al principio fondamentale della proporzione, intesa come la corrispondenza fra due o più elementi in rapporto reciproco. Giuseppe II cita il tema della proporzione nelle Lettere (p. 42), allorché fa riferimento al De Architectura di Vitruvio - che egli ben conosce - e alle opere dei suoi commentatori, dove vi è lo studio delle proporzioni armoniche, così da scoprire le misure della bellezza naturale e da questa trarre i precetti della bellezza artistica. Nel campo organario è possibile coglierla: nelle proporzioni sonore e numeriche dei registri di Ripieno rispetto a quelli di concerto (flauti, violeggianti, ance, mutazioni, basseria); nella disposizione delle canne sul somiere; nel loro riparto a seconda del tipo di temperamento ed altro. Aspetti, peraltro, ravvisati nelle opere serassiane, se pur genericamente, anche dai contemporanei. Il rapporto con il sacro L’organaro ha una particolare relazione con il sacro, in quanto la sua opera fondamentalmente è per il culto divino. La primaria finalità è l’edificazione morale, per il bene delle persone, a servizio dell’uomo, della Chiesa e a gloria di Dio. Di questo principio gli scritti di Giuseppe II sono ispirati. Per raggiungere ciò l’organaro mira non solo alla ricerca della bellezza sonora e visiva, secondo la tradizione tomistica, ma all’educazione umana e alla sua elevazione a realtà soprannaturali e spirituali. Come? Se l’aderenza alla realtà consiste nella conformità alla natura, cioè nell’imitazione e nella capacità di far sembrare l’artificiale come cosa naturale (ad esempio l’imitazione della voce umana e di strumenti d’orchestra), l’artefice-organaro deve non solo condurre virtuosamente il proprio mestiere alle regole dell’arte specifica, ma sapere che quella è finalizzata alla verità e al bene, perché anche l’arte organaria, come ogni arte, informa e plasma la materia, esprime l’universale mediante il particolare. Ne consegue che l’obiettivo dell’organaro è non solo ornare il luogo di culto con la bellezza sonora e architettonica, ma disporre la persona all’ascolto, alla riflessione, alla preghiera. Vale anche per Giuseppe II il classico adagio leonardesco: Virtutem forma decorat, che si può tradurre: la bellezza orna la virtù. Cioè le opere ben riuscite valorizzano le virtù, che si manifestano nella costanza, nel lavoro, nella ricerca, nella preghiera e altro. Pertanto è dovere dell’artefice organaro prepararsi all’arte con tutte le migliori condizioni umane, artistiche, intellettuali, perché dalle sue opere, espressione della sua vita, scaturiranno conseguenze importanti sugli altri. Il risultato è tipico di chi realizza le opere innanzitutto per il Signore e poi per l’elevazione e il diletto delle persone che trovano nella chiesa il luogo per esprimere il loro vissuto e nell’organo l’interprete dei loro più profondi sentimenti. Conclusioni L’organaria, creatrice di complessi strumenti musicali, vere opere d’arte è considerata ‘arte liberale’. Rispetto alle altre attività manifatturiere, questa ha in più la particolarità di essere veicolo per trasmettere l’arte musicale principalmente nei luoghi di culto. Prendendo spunto dagli scritti e dalle opere di Giuseppe II si è potuto tracciare un quadro sulla formazione degli organari nella classicità. Dalla mentalità del tempo, abbiamo dedotto le linee guida comuni a tutte le arti, compresa quella organaria, in base al pensiero formativo di riferimento tomistico-scolastico. A queste abbiamo collegato le linee guida rinascimentali, proprie della formazione classica dell’uomo d’arte, come indicano noti trattati dell’architettura e della pittura. Nei Serassi il punto di arrivo di questa formazione si esprime nel motto studio, tempore, labore, secondo cui ogni cosa fatta ad arte comporta ricerca, tempo e applicazione. Nasce una considerazione ancora attuale, che proponiamo ai nostri organari: la virtù, obiettivo dell’arte, non si eredita ma la si acquisisce con la costanza, l’impegno e la volontà, al fine di operare non solo per il giusto profitto ma per acquisire la grazia divina ed essere strumento al servizio di Dio e della Chiesa, per la crescita umana e spirituale dei fedeli e degli ascoltatori. Come possiamo attualizzare questa riflessione? Soldi, invidia, concorrenza, guadagno sono sempre esistite fra le ditte di organi come in tutte le altre. Dunque niente di nuovo c’è sotto il sole. Tuttavia notiamo una differenza sostanziale: si nota che nella nostra epoca (fatte sempre le dovute eccezioni) il guadagno è l’unico fine dell’operare mentre in passato oltre a questo c’era anche altro. Non è che vogliamo ripetere la storia ma certi atteggiamenti deontologici sono immutabili e a lungo andare fanno la differenza. |